Italia, il paese di evasione, corruzione e mafie


Roma – In Italia l’imposta sul reddito la paga una minoranza, e da quindici anni a quella minoranza viene chiesto sempre di più. Lo mostrano le dichiarazioni dei redditi relative al 2024, elaborate dall’Osservatorio di Itinerari Previdenziali, un centro studi che si occupa di previdenza e fisco. Chi dichiara per intero ciò che guadagna tiene in piedi quasi da solo sanità e assistenza, e riceve in cambio servizi lenti e scadenti. Intanto una parte del paese evade con la tranquillità di chi sa che prima o poi arriverà un condono, e le organizzazioni mafiose continuano a far girare denaro nell’economia legale. Non sorprende che tanti giovani facciano la valigia.

Chi dichiara e quanto

L’Irpef è l’imposta sul reddito delle persone fisiche: la pagano lavoratori dipendenti, pensionati e autonomi, con aliquote che crescono al crescere del reddito, come prevede l’articolo 53 della Costituzione.

Secondo il Dipartimento delle Finanze del ministero dell’Economia (MEF), nel 2024 i contribuenti sono stati 42.837.963. Di questi, 25,2 milioni hanno presentato il modello 730, la dichiarazione semplificata usata soprattutto da dipendenti e pensionati; 8,4 milioni il modello Redditi, obbligatorio tra gli altri per chi ha redditi d’impresa o di lavoro autonomo; per gli altri 9,2 milioni il fisco ha ricevuto soltanto la Certificazione unica, il documento che datori di lavoro ed enti previdenziali trasmettono per conto dei loro dipendenti e pensionati.

In tutto sono stati dichiarati più di 1.076 miliardi di euro di reddito. L’Irpef netta, cioè quella che resta da pagare dopo detrazioni e agevolazioni, ammonta a 197,4 miliardi ed è versata da 34,1 milioni di persone.

Dove si concentra il peso

Itinerari Previdenziali divide i contribuenti per fasce di reddito. Chi dichiara fino a 29mila euro lordi l’anno rappresenta il 69,78 per cento del totale e versa il 21,33 per cento dell’Irpef. Il restante 30,22 per cento ne versa il 78,67 per cento: circa 170 miliardi su 216, perché nel calcolo dell’Osservatorio il gettito comprende anche le addizionali regionali e comunali.

Sopra i 35mila euro lordi la sproporzione si accentua. In quella fascia sta il 18,78 per cento dei contribuenti, poco meno di otto milioni di persone, che paga circa il 65 per cento dell’imposta. Il MEF ottiene un risultato quasi identico: tra chi ha effettivamente un’imposta da pagare, quelli oltre i 35mila euro sono il 23,4 per cento e dichiarano il 65,1 per cento dell’Irpef netta. Le due percentuali divergono solo perché Itinerari fa il conto su tutti i 42,8 milioni di contribuenti, il MEF su quelli che versano qualcosa.

Trentacinquemila euro lordi l’anno sono uno stipendio da ceto medio, molto lontano da qualsiasi idea di ricchezza. Fra 35mila e 55mila euro ci sono circa 5,37 milioni di contribuenti, che versano oltre 52,6 miliardi. Fra 55mila e 100mila euro i contribuenti scendono a 1,93 milioni e pagano quasi 39,8 miliardi. Più in alto il numero crolla. Oltre i 300mila euro lordi l’anno si contano 58.939 contribuenti, 58.700 dei quali pagano l’Irpef: da loro arrivano 14,03 miliardi, circa il 6,5 per cento del totale. Starebbero tutti dentro lo stadio di San Siro.

La tendenza va avanti da anni. Tra il 2008 e il 2024 il gettito complessivo è aumentato di 58,8 miliardi: chi guadagna fino a 29mila euro ha versato 14,85 miliardi in meno, chi sta sopra quella soglia 73,64 miliardi in più.

I 24,8 milioni «senza redditi»

Il numero che ha fatto più rumore è un altro. Secondo il Sole 24 Ore, 24,8 milioni di italiani «non hanno redditi» e «non pagano tasse». Itinerari Previdenziali ci arriva sottraendo i 34,1 milioni di contribuenti che versano l’Irpef ai circa 58,9 milioni di residenti. Il conto però mette insieme bambini, familiari fiscalmente a carico e chiunque non abbia un reddito proprio, persone che contribuenti non sono mai state.

Il MEF è più preciso. I contribuenti con imposta netta pari a zero sono oltre 8,7 milioni: chi guadagna troppo poco per pagarla, chi la vede azzerata dalle detrazioni, chi ha solo redditi soggetti a tassazione sostitutiva, come la cedolare secca sugli affitti. Aggiungendo chi riceve il trattamento integrativo e il bonus tredicesima, due sostegni ai redditi bassi, si arriva a oltre 11,3 milioni di persone che di fatto non versano Irpef.

L’evasione

Dichiarare poco non vuol dire evadere: in Italia milioni di persone guadagnano davvero poco. L’evasione però esiste, ed è lo stesso MEF a misurarla. Il tax gap, la differenza tra le tasse e i contributi che lo Stato dovrebbe incassare e quelli che incassa davvero, nel 2021 era di 83,6 miliardi di euro: 73,2 di imposte e 10,4 di contributi non versati. Secondo la Relazione sull’economia non osservata, allo Stato mancava il 15 per cento del gettito potenziale. Sull’Iva il buco italiano era del 10,8 per cento, contro una media europea del 5,3.

Chi evade viene poi periodicamente perdonato per legge. Il rapporto di Itinerari Previdenziali definisce i condoni e le «paci fiscali», approvati a ripetizione dai governi, «incentivi impliciti a non pagare le imposte». La Cida, la confederazione dei dirigenti che ha sostenuto lo studio, chiede una lotta all’evasione «senza sconti» e sostiene che le sanatorie continue logorino il rapporto tra lo Stato e chi paga regolarmente.

Le mafie

La criminalità organizzata è un fenomeno diverso dall’evasione, ma pesa sullo stesso sistema: il denaro che sfugge alla legalità è denaro che lo Stato non vede e non tassa. Nel 2024 la Direzione investigativa antimafia (DIA) ha concluso 53 operazioni ed eseguito 309 provvedimenti restrittivi. Ha sequestrato beni per oltre 93 milioni di euro e ne ha confiscati per quasi 160.

Ancora più indicativi sono i numeri sul denaro. Banche, notai e professionisti sono tenuti a segnalare le operazioni finanziarie sospette. Nel 2024 la DIA ne ha esaminate oltre 150mila e ne ha giudicate più di 50mila potenzialmente collegate alla criminalità organizzata: riguardavano oltre 1,3 milioni di operazioni, per movimenti superiori a 49 miliardi di euro. Quella cifra misura flussi sospetti e va tenuta distinta dai proventi accertati dei clan; basta comunque a dare la misura di quanto denaro criminale circoli dentro società e conti che hanno un’apparenza del tutto regolare.

Chi paga il conto

Sanità e welfare vanno pagati comunque. Secondo l’Osservatorio, nel 2024 sono serviti 138,33 miliardi per la sanità, 180,5 miliardi per l’assistenza statale e 13,5 miliardi per il welfare degli enti locali. Per coprire queste tre voci non sono bastate tutte le imposte dirette, pari a 325,27 miliardi: ci sono voluti anche circa 7 miliardi di imposte indirette. Quei soldi, in larga parte, li mettono gli otto milioni di italiani che dichiarano più di 35mila euro. Gli altri, evasori e clan compresi, usano gli stessi ospedali.

Il guaio più serio è che in Italia tutto questo è diventato normale. Nell’Indice di percezione della corruzione di Transparency International relativo al 2025, pubblicato a febbraio, l’Italia ha 53 punti su 100 ed è cinquantaduesima al mondo, dietro a quasi tutta l’Europa occidentale e appaiata alla Polonia. Dove la corruzione arriva fin dentro gli uffici pubblici, troppi italiani considerano l’evasione una forma di autotutela. Chi paga sa che in cambio avrà mesi di attesa per una visita specialistica, uffici che rispondono quando credono e una burocrazia che scoraggia chiunque provi a costruire qualcosa, e molti ne ricavano che conviene tenersi i soldi.

La Norvegia, citata spesso come termine di paragone, nello stesso indice ha 81 punti ed è quarta. Anche lì qualcuno evade: uno studio del 2017 degli economisti Annette Alstadsæter, Niels Johannesen e Gabriel Zucman, costruito anche su dati di conti offshore trapelati negli anni, ha stimato che in Scandinavia sfugga al fisco in media il 3 per cento delle imposte personali, con punte vicine al 30 per cento tra lo 0,01 per cento più ricco della popolazione. Gli altri pagano, e ricevono servizi che funzionano. Nel World Happiness Report 2026 la Norvegia è sesta al mondo. L’Italia è trentottesima.

E.S.

Silere non possum


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