Le dichiarazioni 2025 sui redditi 2024 mostrano che il 18,78% dei contribuenti sostiene quasi due terzi dell’Irpef. Ma i 24,8 milioni di residenti che non la versano non sono tutti evasori: tra loro ci sono minori, persone senza reddito e contribuenti con imposta azzerata.
L’Irpef italiana si regge su una base molto più stretta di quanto suggerisca il numero complessivo dei contribuenti. Nel 2024 i redditi dichiarati sono stati 1.076 miliardi di euro e i contribuenti 42.837.963, ma quelli con un’imposta netta positiva sono stati 34.105.072. Dentro questa platea, circa 8 milioni di persone con almeno 35 mila euro lordi l’anno hanno sostenuto da sole il 65% dell’Imposta sul reddito delle persone fisiche. Sono il 18,78% dei contribuenti. Non una piccola élite di milionari: in quella fascia entrano anche dipendenti, pensionati e autonomi con redditi medi o medio-alti.
La tredicesima indagine sulle entrate fiscali di Itinerari Previdenziali, presentata al Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (Cnel) il 24 settembre, riporta al centro una questione che attraversa da anni il sistema fiscale italiano: quanto è larga, davvero, la base che finanzia la parte di welfare pagata attraverso la fiscalità generale? I numeri arrivano dalle dichiarazioni presentate nel 2025, relative ai redditi prodotti nel 2024, e sono costruiti a partire dalla banca dati del Dipartimento delle Finanze del ministero dell’Economia e delle Finanze. Il quadro è quindi retrospettivo, ma è il più aggiornato disponibile per osservare chi dichiara, quanto dichiara e quanta Irpef versa.
Fra i numeri più rilanciati c’è quello dei 24,8 milioni di residenti che non versano Irpef. La cifra nasce dal confronto tra la popolazione italiana e i 34,1 milioni di contribuenti con imposta netta positiva. Non significa che 24,8 milioni di italiani siano evasori. In quel numero rientrano i minori, molte persone senza reddito proprio, studenti, disoccupati, familiari fiscalmente a carico e anche contribuenti che presentano una dichiarazione ma, per effetto delle regole dell’imposta, delle detrazioni o del trattamento integrativo, arrivano a un’Irpef netta pari a zero. Tra i dichiaranti, infatti, circa 8,7 milioni non hanno imposta netta da versare. Confondere questo insieme con l’evasione fiscale altererebbe il significato dei dati.
La concentrazione del prelievo, invece, è documentata direttamente dalle dichiarazioni. I contribuenti con redditi fino a 29 mila euro rappresentano il 69,78% del totale, ma versano il 21,33% dell’Irpef. Allargando la fascia da 29 mila euro in su, il restante 30,22% sostiene il 78,67% dell’imposta. Il salto più marcato arriva sopra i 35 mila euro: il 18,78% dei contribuenti, circa 8 milioni di persone, copre il 65% del gettito. E sopra i 100 mila euro si trovano appena 745.615 contribuenti, l’1,75% del totale, che versano il 22,25% dell’Irpef. I redditi oltre 200 mila euro riguardano circa lo 0,3% dei contribuenti e finanziano quasi un decimo dell’imposta.
La progressività spiega una parte importante di questa distribuzione. L’Irpef non è costruita per far pagare a tutti la stessa quota: aliquote, detrazioni e no tax area fanno sì che l’imposta cresca più che proporzionalmente al crescere del reddito. Per questo una forte concentrazione del gettito sui redditi medio-alti e alti è, almeno in parte, una conseguenza prevista dal sistema. Ma i numeri italiani raccontano anche un altro fenomeno: una vasta area di redditi dichiarati molto bassi, che riduce il numero dei contribuenti effettivamente in grado di finanziare sanità, assistenza e servizi pubblici attraverso l’Irpef.
Nei primi tre segmenti di reddito, fino a 20 mila euro lordi l’anno, si concentra circa il 47% dei contribuenti, poco meno di 20,2 milioni di persone, che nel complesso versa intorno al 5% dell’Irpef. Quasi 8 milioni dichiarano fino a 7.500 euro e pagano mediamente 19 euro di imposta l’anno; altri 7,4 milioni, tra 7.500 e 15 mila euro, ne versano in media 204. Fra 15 mila e 20 mila euro ci sono circa 4,8 milioni di contribuenti e l’Irpef media sale a 1.773 euro. Solo passando nella fascia tra 20 mila e 26 mila euro, che conta circa 6,6 milioni di persone, il prelievo medio arriva a 3.284 euro.
Queste cifre non descrivono soltanto il fisco. Fotografano anche la struttura dei redditi italiani. Il totale dei redditi dichiarati è salito da 1.027,7 miliardi nel 2023 a 1.076,3 miliardi nel 2024, con un aumento vicino al 4,7%. Il reddito imponibile ha superato i 1.013 miliardi e l’imposta lorda ha raggiunto 272,23 miliardi. Dopo detrazioni e altri meccanismi, l’imposta netta registrata dal Dipartimento delle Finanze è stata di 197,39 miliardi. A questa si affiancano le addizionali regionali e comunali, rispettivamente pari a circa 16,17 e 6,76 miliardi.
La questione diventa più delicata quando si passa dalle fasce di reddito alle categorie professionali. L’indagine mette a confronto lavoratori iscritti all’Istituto nazionale della previdenza sociale (Inps), professionisti iscritti alle Casse e autonomi soggetti agli Indici sintetici di affidabilità fiscale (Isa). Fra i dipendenti e gli iscritti Inps, il reddito medio dichiarato è di circa 38.390 euro per gli statali, 35.020 per i dipendenti degli enti locali, 28.300 per gli insegnanti e 26.930 per i dipendenti privati. I commercianti si collocano a 25.110 euro medi, mentre artigiani e lavoratori dello spettacolo si attestano rispettivamente intorno a 29.940 e 24.810 euro.
Fra gli autonomi soggetti a Isa, la distribuzione è molto più irregolare. Gli intermediari del commercio arrivano a 69.500 euro medi e gli informatici a 60.300; seguono revisori contabili, amministratori di condominio e tabaccai. Più in basso, però, compaiono settori che per volume di attività e presenza sul mercato alimentano da anni il dibattito sulla fedeltà fiscale: orologiai e gioiellieri dichiarano in media 27 mila euro, i ristoratori 26.100, i baristi, gelatai e pasticceri 20.500, i commercianti al dettaglio di generi alimentari 17.400, i negozi di abbigliamento e calzature 16.700. I gestori di discoteche, sale da ballo e scuole di danza scendono a 11.700 euro.
Il confronto produce immagini difficili da ignorare: il reddito medio dichiarato da un ristoratore risulta inferiore a quello di un insegnante; quello di un gioielliere è sostanzialmente allineato alla media dei dipendenti privati; un commerciante al dettaglio di abbigliamento dichiara poco più di 1.390 euro lordi al mese. Ma questi numeri non autorizzano scorciatoie. Il reddito imponibile di un’attività autonoma non coincide con il fatturato e risente di costi, struttura dell’impresa, regime fiscale, stagionalità, dimensione aziendale e composizione della platea osservata. Le medie di categorie diverse non sono automaticamente confrontabili con una busta paga. Soprattutto, una dichiarazione bassa non è di per sé la prova di un reddito occultato.
Per capire dove finisce la fotografia statistica e dove comincia il problema dell’evasione serve un secondo insieme di dati. La Relazione sull’economia non osservata e sull’evasione fiscale e contributiva, trasmessa al Parlamento alla fine del 2025, stima per il 2023 una propensione al tax gap dell’Irpef da lavoro autonomo e impresa del 60,6%. Significa che, secondo il metodo ufficiale di stima, per quella componente dell’imposta il divario tra gettito teorico e gettito effettivo resta molto elevato. È un indicatore aggregato e non può essere trasferito meccanicamente a una singola categoria o a un singolo contribuente, ma spiega perché i redditi dichiarati dagli autonomi vengano letti con particolare attenzione.
Gli Isa servono proprio a misurare, attraverso indicatori economici e contabili, il grado di affidabilità fiscale di imprese e professionisti su una scala da 1 a 10. Un punteggio elevato può dare accesso a benefici premiali e a un rapporto meno conflittuale con i controlli. Anche qui occorre distinguere: gli Isa non stabiliscono automaticamente che chi ha un punteggio basso abbia evaso, così come il confronto tra redditi medi non sostituisce un accertamento. Sono strumenti di selezione del rischio e di incentivo alla compliance, non sentenze.
La concentrazione dell’Irpef ha poi un effetto che va oltre il rapporto tra contribuenti e Fisco. Sanità, assistenza sociale e welfare locale dipendono in larga parte dalla fiscalità generale. Secondo l’Osservatorio, nel 2024 la spesa sanitaria è stata di 138,33 miliardi, quella per l’assistenza sociale di circa 180,5 miliardi e il welfare degli enti locali ha assorbito altri 13,5 miliardi. Solo queste tre voci superano i 332 miliardi. Il confronto non implica che l’Irpef sia destinata in modo vincolato a quei capitoli, ma aiuta a misurare quanto il finanziamento dei servizi dipenda dalla capacità complessiva dello Stato di raccogliere imposte da una base imponibile sufficientemente ampia.
Un sistema progressivo protegge i redditi bassi e chiede di più a chi guadagna di più; se però una parte molto ampia della popolazione resta stabilmente fuori dal prelievo personale, il costo di nuove prestazioni o riduzioni fiscali tende a concentrarsi su una platea relativamente limitata. La discussione non riguarda soltanto quanto pagano i redditi alti, ma quanto reddito imponibile riesce a produrre e a dichiarare l’economia italiana.
La stessa dinamica dei redditi dichiarati suggerisce prudenza nelle letture semplicistiche. L’aumento del 4,7% registrato nel 2024 è superiore alla crescita nominale del Pil indicata per quell’anno nel rapporto, ma non cancella le differenze tra lavoro dipendente, autonomo, pensioni e territori. Una parte del gettito dipende dall’occupazione e dai salari, una parte dalla crescita nominale, una parte dall’inflazione che spinge i redditi verso scaglioni più elevati, una parte dalle regole fiscali e dalla capacità di contrastare il sommerso. La concentrazione del prelievo è il risultato di tutte queste componenti insieme.
Per questo il titolo “8 milioni pagano il 65% dell’Irpef” descrive correttamente una parte centrale della fotografia, ma non basta a spiegare chi paga “le tasse” in Italia. L’Irpef è soltanto una delle imposte: tutti i consumatori pagano l’Iva, automobilisti e imprese versano accise, proprietari e utilizzatori sostengono imposte patrimoniali e locali, le aziende pagano l’Ires e altre forme di prelievo. Anche una persona che non versa Irpef può contribuire in misura significativa attraverso le imposte indirette. Il dato del 65% misura quindi la distribuzione di una specifica imposta personale sul reddito, non l’intero carico fiscale del Paese.
Il rapporto mostra anche quanto presto inizi la concentrazione del prelievo: sopra i 35 mila euro lordi si entra già nella fascia che finanzia quasi due terzi dell’imposta. Il confine tra “redditi medi” e “redditi ricchi” diventa così meno intuitivo di quanto appaia nel dibattito pubblico. Una parte importante del gettito non arriva da una ristrettissima fascia di super-ricchi, ma da milioni di contribuenti che si collocano tra 35 mila e 100 mila euro lordi annui.
Le dichiarazioni delle professioni aggiungono un secondo livello alla stessa storia. Se ampie categorie di lavoro autonomo dichiarano redditi medi vicini o inferiori a quelli dei dipendenti, le spiegazioni possibili sono diverse: margini effettivamente bassi, costi elevati, frammentazione produttiva, attività part-time, regimi fiscali differenti, crisi settoriali e, in una quota che le stime ufficiali mostrano essere ancora rilevante, redditi non dichiarati. Separare queste cause è il compito degli accertamenti e delle analisi fiscali, non delle classifiche.
Il rapporto lascia così tre grandezze da tenere insieme: 42,8 milioni di contribuenti, 34,1 milioni di versanti effettivi e circa 8 milioni di persone sopra i 35 mila euro che sostengono il 65% dell’Irpef. La distanza tra questi numeri misura una parte essenziale del problema: quanti contribuenti hanno redditi sufficienti per partecipare in modo significativo al prelievo e quanta parte del reddito prodotto riesce effettivamente a entrare nella base imponibile.
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